Villa Salvati:
un raffinato esempio di architettura neoclassica nelle Marche
Nei pressi di Pianello Vallesina, a valle di Monte Roberto, sorge Villa Salvati, uno dei più raffinati e singolari esempi di architettura neoclassica delle Marche. La sua costruzione è legata alla famiglia Salvati, originaria di Rosara (Ascoli Piceno): Benedetto Salvati (1720-1800) in qualità di medico si trasferì a Monte Roberto nel 1750. Nei decenni successivi divenne proprietario della parte più antica del castello di Monte Roberto e di fondi rustici nella zona pianeggiante lungo il fiume Esino. Tra i figli di Benedetto, personaggio di rilievo fu Serafino (1755-1835), abile imprenditore ed amministratore nonché capace titolare di importanti pubblici incarichi sia al tempo del napoleonico Regno d’Italia che dello Stato Pontificio.
Membri della famiglia Salvati furono pubblici amministratori di Monte Roberto, come Emidio figlio di Serafino, gonfaloniere nel 1816-1817 e priore dal 1834 al 1838 ed Agabito (1829-1897), figlio di Emidio, dopo aver valorosamente combattuto durante la seconda guerra d’indipendenza (1859) nella battaglia di San Martino perdendo un braccio, fu sindaco di Monte Roberto per ben 36 anni, dal 1861 al 1897, mentre Serafino, figlio di Agabito, ultimo della famiglia, fu sindaco dal 1905 al 1914. Per un secolo e mezzo, dalla fine del Settecento alle prime decadi del Novecento, la famiglia Salvati fu protagonista nell’imprenditoria agricola e degli inizi di quella industriale (fabbrica di maioliche, fornace, molini, centrale elettrica) della media Vallesina. La costruzione della villa, allora chiamata “Casino di villeggiatura”, si deve a Serafino (1755-1835) figlio di Benedetto Salvati.
Il progetto è di Giuseppe Camporesi (1763-1822) di Roma, uno dei maggiori architetti del Neoclassicismo italiano ed il più interessante architetto del primo neoclassicismo romano e fine incisore.
Il terreno sul quale è ubicata la villa era stato acquistato nel 1799; la costruzione iniziata nel 1805 si protrasse fino al 1820 ed oltre. Il “Casino di villeggiatura” doveva rispondere ad un duplice obiettivo: dimostrare pubblicamente il nuovo stato sociale raggiunto dalla famiglia ed essere una presenza ed un punto privilegiato di riferimento e di controllo sulle circostanti proprietà fondiarie della famiglia stessa: la torretta-terrazzo posta al culmine della costruzione doveva assolvere a quest’ultima funzione.
La composta e maestosa eleganza dell’edificio si ammira già dal viale di accesso, dove ai lati, quasi con solennità, due fila di tigli fanno onore al visitatore. Il corpo di fabbrica, di notevoli dimensioni, è costituito da due parallelepipedi che danno vita ad un impianto a croce latina. La facciata principale, orientata verso sud, è scandita nella sua andatura orizzontale da uno zoccolo bugnato a fasce lisce che si interrompe al centro, lasciando spazio al portone d’ingresso che è preceduto da un protiro sorretto da quattro colonne sul quale poggia il balcone del piano nobile. I prospetti est ed ovest, perfettamente uguali, riprendono i motivi decorativi utilizzati nella facciata principale differenziandosi per la mancanza di un vero portico, sostituito da coppie di colonne addossate alle pareti che sostengono una modanatura ed incorniciano i due ingressi secondari.
La parte posteriore, forse rimasta incompiuta, è decisamente più semplice e sobria nelle rifiniture.
L’interno della villa si qualifica per la ricchezza e la varietà delle decorazioni: a stucco quelle che formano i soffitti a lacunari intervallati da elementi vegetali e floreali e continue citazioni tratte dalla classicità; a tempera quelle che ornano prevalentemente le stanze del piano nobile. Al centro di questo è ubicato il salone di rappresentanza sul cui soffitto, al centro, racchiuso in una cornice dorata, si colloca l’episodio raffigurante Marte e Venere con le tre Grazie e gli amorini. Da esso si diramano due corridoi, con volte a botte, che conducono alle porte-finestre dei prospetti est ed ovest; la decorazione è di tipo trompe-l’œil, in entrambi i casi l’effetto è di forte amplificazione dello spazio e di ideale congiunzione con il giardino esterno. Dai corridoi si accede alle stanze attigue, ognuna delle quali mostra raffinate decorazioni mitologiche, architettoniche, floreali, musicali, faunistiche, ecc.
Lo stile e la tipologia dei motivi decorativi rimandano alla maniera del piemontese Felice Giani (1758-1823), la cui presenza in territorio marchigiano e nella vicina Jesi è stata largamente documentata.
Prima dell’ultima rampa dello scalone centrale, il vano che si apre con ai lati due quinte in legno rimovibili era utilizzato come palcoscenico per rappresentazioni teatrali. Accanto alla villa è ubicata la cappella di famiglia dedicata a San Serafino in elegante stile neoclassico.
Il fabbricato è impostato secondo una forma ideale di tempio rotondo, con pronao adorno di due colonne, due nicchie e sormontato da un timpano. L’interno è ritmato da una serie di colonne scanalate di ordine corinzio raccordate, da un fregio con festoni e nastri, alla cupola a cassettoni che vanno progressivamente digradando verso la sommità. Nella chiesa per sua volontà testamentaria fu sepolto Serafino Salvati nel 1835, un monumento funebre con effige, dovuto a Fedele Bianchini (1791-1867) lo ricorda. Come pala d’altare vi è tela raffigurante “Il matrimonio di Maria e Giuseppe”, copia dall’originale di Carlo Maratti (1625-1713).
L’ultimo discendente diretto della famiglia, Serafino (1879-1924), privo di eredi, dispose per testamento che il suo patrimonio fosse finalizzato all’istituzione da parte dello Stato di una Scuola Pratica di Agricoltura con sede nella villa. Eretta la Fondazione Serafino Salvati nel 1926, la scuola iniziò i suoi corsi nel 1935. Nel 1960 essa fu sostituita dall’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura “Serafino Salvati” che tuttora opera nelle proprietà della Fondazione attigue alla villa stessa.
(Note redatte tenendo presente lo studio di Elisa Mori “Villa Salvati” nel volume Nel segno di Napoleone. Ville e dimore marchigiane tra il Settecento e l’Ottocento, Macerata 2002, a cura di Angela Montironi).
A cura della Fondazione Serafino Salvati
Per informazioni:
Fondazione Salvati tel. 339 1788112